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4 luglio 2017 2 04 /07 /luglio /2017 07:00
Il paliotto in "pittura di pietra" della Chiesa della Madonna delle Grazie di Gioiosa Marea

Il paliotto in "pittura di pietra" della Chiesa della Madonna delle Grazie di Gioiosa Marea

Se n’era parlato la sera prima durante una cena improvvisata con alcuni amici in occasione della mostra di Nino Bruno al Museo degli Angeli di Sant’Angelo di Brolo quando d’un tratto Maria Pia (mia moglie) mi dice: domani dobbiamo andare a vedere la Chiesa della Madonna delle Grazie a Gioiosa Marea. Per la verità accetto malvolentieri. Al mio fianco è seduto Giuseppe Averna che mi sollecita a venire, sono solo un paio d’ore aggiunge. L’idea di dovere ritornare poi a Palermo, dopo una mattinata passata a bighellonare per le strade di Gioiosa Marea, non mi andava. La mattina successiva (per addolcirmi la pillola) viene a prenderci Ninni Iannazzo, uno scultore bravissimo naturalizzato brolese, e partiamo alla volta di Gioiosa. Con noi, su un'altra autovettura, ci sono: Giuseppe Averna (uno specialista sui marmi e della loro differenza tra intarsi, tarsie e pitture di pietra) e Alberto Boscia (un tuttologo storico e pensatore) in tutto sei persone: Ninni Iannazzo, Silvana (moglie di Ninni), Maria Pia, io, Giuseppe e Alberto. Gioiosa Marea è una cittadina molto elegante, accattivante e pulita, incastonata come una perla nella costa messinese. Lasciamo le macchine e ci avviamo a piedi verso la Chiesa di Santa Maria delle Grazie sita in piazza Cavour. Sono molto curioso di capire qual è in termini concreti la differenza tra gli intarsi e la “pittura di pietra”. Beh! la differenza mi si presenta al cospetto di un altare di scuola Gaginiana e soprattutto del suo paliotto realizzato in “pittura di pietra”. La pittura di pietra è così denominata perché le immagini rappresentate - raffigurante in questo caso uno scenario tripartito con al centro il fonte battesimale - sono state realizzate con marmi mischi e cioè non con il colore ma con materiali di pietra (foto allegata). Non posso fare a meno di ricordare a Giuseppe che un esempio di altrettanta straordinaria bellezza lo troviamo presso la Chiesa dell’Immacolata Concezione del Capo a Palermo. La discussione con Giuseppe si fa “fitta” soprattutto per lo stato di degrado e di “abbandono” della Chiesa, impreziosita da opere di raffinata bellezza (peraltro provenienti dalla Chiesa di Santa Maria distrutta a causa del terremoto del 1786 di Gioiosa Guardia), e che non si riescono a preservare con la dovuta cura. Nel periodo della nostra visita, osservava Ninni, non abbiamo visto nessuno che vigilasse su un bene così importante. Eppure, aggiungo, abbiamo tanta gente alla quale potere affidare la sorveglianza e la cura di tali beni. Ma la politica è cieca. Come sempre. Fuori, seduto su una panchina, Alberto è preso dalle sue riflessioni, lo avvicino e mi siedo accanto a lui per chiedergli cosa ne pensasse della visita. Mi risponde con una frase quasi lapidaria: “Ma è mai possibile che di questa gente che ha lavorato e fatto grande la storia non sappiamo nulla, chi erano, cosa facevano etc. mentre sappiamo tutto di banalità e di storie inconcludenti?”. Ci raggiunge Pia con la sua macchina fotografica. Ovviamente ci fa uno scatto, seguono una decina di foto. Ci siamo tutti. Anche Alberto si cimenta come fotografo con risultati …… Ma glielo perdoniamo. La nostra visita si conclude in un bar nella vicina Piazza Galliani (niente a che vedere con il Galliani del Milan). Ci sediamo per prendere qualcosa: gelati, granite e brioche sono una specialità di tutta la zona di Messina, una vera delizia per il palato e per dimenticare. Ma la discussione inesorabilmente continua sul un taglio in una tela. Figurarsi se Giuseppe non tirava in “ballo” Lucio Fontana che di tagli ne ha fatti migliaia osserva, ed io a cercare di spiegare che quel primo taglio era l’intento di oltrepassare la superficie della tela, di andare oltre. Il resto lo hanno fatto il mercato e la stupidità degli uomini. Lo stesso vale per i sacchi di Alberto Burri il quale raramente ricorreva all’uso della pittura e del pennello, prediligendo la lavorazione della superficie per mezzo di cuciture riannodando le lacerazioni dei sacchi - memore forse del suo trascorso di prigioniero in un campo di concentramento in Texas - i sacchi di juta strappati e rammendati, le tele o le plastiche industriali fuse, alludono spesso a corpi umani, membrane e ferite. Ma si sta facendo tardi, è quasi mezzogiorno ed io devo tornare a Palermo. Ci lasciamo con l’impegno di altrettante mattinate da dedicare alla cultura Nebroidea. Francesco M. Scorsone

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  • : è un blog che si occupa essenzialmente di articoli su mostre di arte contemporanea e di attualità ad essa collegata. Di tanto in tanto interventi con articoli sul costume e sulla società.
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